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IL NASCONDIGLIO
"Prendete e mangiate: questo è il mio corpo..."
Tutto, anche la consacrazione, era previsto e scritto, lo so. Ma c'è anche nell'uomo
Cristo una psicologia emotiva e fantastica, che sorprese lui stesso, e che in quella libertà
di improvvisazione va poi misticamente a coincidere con l'antichissima volontà del Padre.
Allora io vedo i suoi occhi vagabondare, a questo punto, fra i rimasugli di pane sulla
tovaglia, brillare d'un'ispirazione ineffabile: ecco, il suo nascondiglio. Là si andrà a
rifugiare. (...). Allunga allora la mano su quel pane già rotto, lo frantuma ancora e
alzandolo nell'aria dice le parole del magico trapasso: "Questo è il mio corpo, il quale è
stato dato per voi". ... non è stato un fuggire dalle lance, no. Tutta la sua carne - non un fantasma - resta ai
carnefici che la strazieranno fra poche ore. Ma il nascondiglio rimane vero; e
inventandolo in quell'attimo egli lascia realmente ai suoi un Cristo che nessuno potrà mai
scovare e strappar loro di mano. Lo mangino. Si facciano coi loro petti nascondiglio del
nascondiglio. Poco fa Gesù ha lavato ad essi i piedi, si è contaminato con la loro
corporeità più fangosa. Adesso vuole fare di più: scenderà nelle loro gole, si mescolerà,
sino a trasformarsi, con le loro mucose, si scioglierà a poco a poco in tutte le loro fibre. C'è nell'eucaristia questo primo significato non mistico ma fisico, quasi l'aggrapparsi
alla materia degli amici che resteranno e vivranno. "Questo è il mio corpo" dice con una
tenerezza che esalta prima di tutti lui stesso. Non "questo è il mio spirito" o "il bene che vi
porto"; di ciò forse non avrebbero saputo che farsene. Occorre a loro ch'egli rimanga con
l'unica cosa di noi che veramente conosciamo e cui attacchiamo il cuore e la memoria: il
corpo; e che sia un corpo appetibile, gradevole e famigliare. Per questo ha cercato, su
quell'ultima tovaglia, la cosa più facile, più quotidiana e più concreta: il pane. Per sfamare
e per piacere. Soprattutto per restare. Cristo misura stasera, per noi tutti, i milioni di sere
che ci separano dal ritrovarci faccia a faccia con lui, la lunghezza della separazione. Sa
che bastano pochi giorni agli uomini per dimenticare, che la lontananza tutto sgretola e
inutilmente l'amante lascia cadere nella lettera che varcherà il mare la ciocca di capelli.
Se Pietro stesso, e Giovanni e Andrea e Giacomo dimenticheranno, perchè i loro figli e i
figli dei loro nipoti non dimentichino occorre che egli getti fra lui e me questo sterminato
ponte di pane. "Fate questo in mia memoria".
"... è sparso per voi..." Ma nel calice che alza subito dopo c'è un'altra cosa e un altro segno. Non più il trovare
scampo all'indietro, quasi illeso, trafugato nell'involucro dei compagni. Quel vino è
sangue; e sangue da solo, fuori dal proprio uomo, significa violenza e tragedia. Per
cavare il sangue occorreranno punte di ferro e odio, esploderà dalla carne il dolore,
farfalla del dolore la morte, e tutto questo sarà appunto la passione. Si rimbalza al
preciso valore di debito che va riscattato, macchia che bisogna lavare: "Questo è il calice
del mio sangue, sparso per voi in remissione dei peccati". Fra peccato e sangue, fra peccato e bere da quel bicchiere noi non sappiamo
scorgere un rapporto. Ma la sua raccomandazione è perentoria e accorata: "Bevete
tutti". Come se soltanto bevendo quel che sprizza dalle sue piaghe noi potessimo
impedire che lui muoia dissanguato, che il prezioso liquido vada a perdersi per terra, fra
le ortiche e i sassi della strada. Come se inghiottendo quel succo spremuto dal suo
patire la vita la gioia il colorito delle guance tornassero nel mondo e la sua vita fra noi
sulla terra, invece di chiudersi, ricominciasse in una dorata notte di Natale. (Da: Luigi Santucci "Volete andarvene anche voi?".
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