Eventi del : 17/04/2003
Rimini   05/09/2026
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IL NASCONDIGLIO

"Prendete e mangiate: questo è il mio corpo..."

Tutto, anche la consacrazione, era previsto e scritto, lo so. Ma c'è anche nell'uomo

Cristo una psicologia emotiva e fantastica, che sorprese lui stesso, e che in quella libertà

di improvvisazione va poi misticamente a coincidere con l'antichissima volontà del Padre.

Allora io vedo i suoi occhi vagabondare, a questo punto, fra i rimasugli di pane sulla

tovaglia, brillare d'un'ispirazione ineffabile: ecco, il suo nascondiglio. Là si andrà a

rifugiare. (...). Allunga allora la mano su quel pane già rotto, lo frantuma ancora e

alzandolo nell'aria dice le parole del magico trapasso: "Questo è il mio corpo, il quale è

stato dato per voi".
... non è stato un fuggire dalle lance, no. Tutta la sua carne - non un fantasma - resta ai

carnefici che la strazieranno fra poche ore. Ma il nascondiglio rimane vero; e

inventandolo in quell'attimo egli lascia realmente ai suoi un Cristo che nessuno potrà mai

scovare e strappar loro di mano. Lo mangino. Si facciano coi loro petti nascondiglio del

nascondiglio. Poco fa Gesù ha lavato ad essi i piedi, si è contaminato con la loro

corporeità più fangosa. Adesso vuole fare di più: scenderà nelle loro gole, si mescolerà,

sino a trasformarsi, con le loro mucose, si scioglierà a poco a poco in tutte le loro fibre.
C'è nell'eucaristia questo primo significato non mistico ma fisico, quasi l'aggrapparsi

alla materia degli amici che resteranno e vivranno. "Questo è il mio corpo" dice con una

tenerezza che esalta prima di tutti lui stesso. Non "questo è il mio spirito" o "il bene che vi

porto"; di ciò forse non avrebbero saputo che farsene. Occorre a loro ch'egli rimanga con

l'unica cosa di noi che veramente conosciamo e cui attacchiamo il cuore e la memoria: il

corpo; e che sia un corpo appetibile, gradevole e famigliare. Per questo ha cercato, su

quell'ultima tovaglia, la cosa più facile, più quotidiana e più concreta: il pane. Per sfamare

e per piacere. Soprattutto per restare. Cristo misura stasera, per noi tutti, i milioni di sere

che ci separano dal ritrovarci faccia a faccia con lui, la lunghezza della separazione. Sa

che bastano pochi giorni agli uomini per dimenticare, che la lontananza tutto sgretola e

inutilmente l'amante lascia cadere nella lettera che varcherà il mare la ciocca di capelli.

Se Pietro stesso, e Giovanni e Andrea e Giacomo dimenticheranno, perchè i loro figli e i

figli dei loro nipoti non dimentichino occorre che egli getti fra lui e me questo sterminato

ponte di pane. "Fate questo in mia memoria".

"... è sparso per voi..."
Ma nel calice che alza subito dopo c'è un'altra cosa e un altro segno. Non più il trovare

scampo all'indietro, quasi illeso, trafugato nell'involucro dei compagni. Quel vino è

sangue; e sangue da solo, fuori dal proprio uomo, significa violenza e tragedia. Per

cavare il sangue occorreranno punte di ferro e odio, esploderà dalla carne il dolore,

farfalla del dolore la morte, e tutto questo sarà appunto la passione. Si rimbalza al

preciso valore di debito che va riscattato, macchia che bisogna lavare: "Questo è il calice

del mio sangue, sparso per voi in remissione dei peccati".
Fra peccato e sangue, fra peccato e bere da quel bicchiere noi non sappiamo

scorgere un rapporto. Ma la sua raccomandazione è perentoria e accorata: "Bevete

tutti". Come se soltanto bevendo quel che sprizza dalle sue piaghe noi potessimo

impedire che lui muoia dissanguato, che il prezioso liquido vada a perdersi per terra, fra

le ortiche e i sassi della strada. Come se inghiottendo quel succo spremuto dal suo

patire la vita la gioia il colorito delle guance tornassero nel mondo e la sua vita fra noi

sulla terra, invece di chiudersi, ricominciasse in una dorata notte di Natale.
(Da: Luigi Santucci "Volete andarvene anche voi?".