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"E sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al padre ... versa dell'acqua in un catino e comincia a lavare i piedi ai discepoli."
La sua ora è giunta. E il primo gesto che scatta da quel fatale colpo di gong, in un rito che sembra predisposto, è andare a prendere un catino. (...). Che cosa comincia a fare, nel cenacolo, visto che deve morire? In che direzione scocca la sua prima, quasi automatica obbedienza al messaggio nero? Alzarsi da mensa, strapparsi al benessere d'una siesta incantata, lavare dei piedi. Che cosa deve fare chi sa che di lì a poco morirà? Se ama qualcuno e ha qualcosa da lasciargli deve dettare il testamento. Noi ci facciamo portare della carta e una penna. Cristo va a prendere un catino, un asciugatoio, versa dell'acqua in un recipiente. Il testamento comincia qui; qui, con l'ultimo piede asciugato, potrebbe addirittura finire. Curvi su un foglio, noi scriviamo: "lascio la mia casa, i miei poderi a...". Gesù, curvo sul pavimento, deterge entro l'acqua i piedi dei suoi amici: nel silenzio della stanza dura a lungo lo sciacquio discreto, il respiro dell'inginocchiato si fa un poco più pesante nel passar dei minuti, i capelli gli piovono sulla fronte. Cristo è lì all'opera, è al livello dei cani che sotto il tavolo rosicchiano l'ultimo osso spolpato dell'agnello e interrompono la loro cena pasquale per scrutare meravigliati quell'uomo che adesso è anche lui su quattro zampe. Dal basso, sì, ha voluto cominciare a salvarci. Nell'ultimo quadro ci dominerà di lassù, dal trave insanguinato, con le braccia aperte ("Quando sarò innalzato trarrò tutto il mondo a me"). Ma l'inizio è questo: rattrappito come una bestia sui nostri alluci callosi, sulle nostre impoetiche unghie, sui nostri odori più scostanti. Si concede questa regale gioia di umiliarsi. "Intendete voi questo che io vi ho fatto? Voi mi chiamate il maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque ho lavato a voi i piedi io, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri. Io vi ho dato l'esempio, affinché facciate anche voi come ho fatto io." Vi ho dato l'esempio... Se dovessi scegliermi una reliquia della passione, raccoglierei tra i flagelli e le lance quel tondo catino di acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente sotto il braccio, guardare solo i talloni della gente; e a ogni piede cingermi l'asciugatoio, curvarmi giù, non alzare mai gli occhi oltre i polpacci, così da non distinguere gli amici dai nemici. Lavare i piedi all'ateo, al cocainomane, al mercante d'armi, all'assassino del ragazzo nel canneto, allo sfruttatore della prostituta nel vicolo, al suicida, in silenzio: finché abbiano capito. A me non è dato poi di alzarmi per trasformare me stesso in pane e in vino, per sudare sangue, per sfidare le spine e i chiodi. La "mia" passione, la mia imitazione di Gesù morituro può fermarsi a questo. (Da: Luigi Santucci "Volete andarvene anche voi?")
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